Xiu-Xiu e Fabrizio Modonese Palumbo live in Bologna (Locomotiv 02-04-2011)

Durante l’esecuzione di un brano, verso la fine del suo show d’apertura alla serata, le iniziali di Fabrizio Modonese Palumbo mi hanno ispirato un anagramma in funzione anche del suono del momento: FMP che può anche essere PFM ed il prog-rock in quel momento, amplificato tra loop di shoegaze harsh e dronici, aleggiava direttamente dagli anni 70 proiettato nella sala del Locomotiv, una tendenza comune a più musicisti dell’area folk industriale o dark in genere.
Un pubblico eterogeneo perché entrambi gli act sul palco oggi esulano molto da contesti ben definiti, insieme hanno anche condiviso ed integrato le proprie ‘vene’ artistiche con due album, convincenti, eppure oggi sono agli antipodi, segno che a volte i poli si attraggono ma nella musica il magnetismo non funziona sempre, conta solo la condivisione di idee.
Ecco allora due aspetti della musica proposti in chiavi molto distanti seppur per certi, sottilissimi, aspetti, sia Fabrizio che Jamie Stewart condividano la stessa folle, bestiale presenza, lo stesso demone che, celato tra i labirinti cerebrali, si sfoghi sfociando in eclettismi a tratti sconcertanti, una ricetta contro la noia.
Il risultato è stato che nella sua ora scarsa di performance l’artista italiano ha stupito, incuriosito, eccitato, entusiasmato o il contrario: sicuramente nessuno indifferente, possa sempre la sua musica preservarlo da questo sentimento omicida.
Loop e picking scorrono come un acido fluido tra le sue piccole macchine collegate da ponti: looper e delay pronti a generare suono, tramutarlo in energia devastatrice o relax soffice, grazie alla sua morbidissima caverna vocale ed il suo profondo canto da ‘crooner’ che gli ha procurato non pochi fans nel mondo darkfolk per attinenze con Rome, :Of The Wand And The Moon:, per certi aspetti seppur non così immediati, David Tibet.
La prima parte dello show ha avuto proprio questo ‘marchio’ morbido, sensuale come lo può essere un Lucifero con la chitarra, a tratti dark-ambient del genere ‘noise-drone’, profondamente invitante, plagiante, per andare diretti all’Inferno senza opporre resistenza, senza sofferenza…
Stupenda “Sister Morphine”: lieve ed inquieta come il suo esecutore nel porgerla, un’estesa propaggine della mente di Fabrizio verso il pubblico anche ad occhi chiusi, note lunghissime per uno spleen annunciato.
Fabrizio Modonese alla chitarra ed al violino elettronico solo con il suo demone: in disparte un musicista che si occupa delle orpellature di synth, di samples, aiutando a crescere una creatura a tratti in dubtime, a tratti incisiva come l’IDM più cerebrotica, sfiorando i cieli Radiohead od Aphex Twin, precipitando nei labirinti noise dei Teatro Satanico, del post- Einsturzende Neubauten sperimentali, portandoti a chiedere chi è veramente come musicista.
Allora “See What The Boys In The Backroom Will Have” diventa un territorio neutrale dove dare la possibilità d’incontro tra sperimentazione (qui con violino elettronico in stile Blaine Reininger) ed IDM-glitch, modulazioni di voce per astrazioni luciferine, drum-line surreali come in un incubo non mortale.
E’ Fabrizio Modonese Palumbo, che vi piaccia o no, sono gli antipodi del pubblico di un artista concettuale ed imprevedibile, capace di ogni cosa, anche di stare in silenzio e contemplare le proprie dita toccare le corde ed iniziare un nuovo, lungo loop…
Poi Xiu Xiu: il quartetto con invidiabile residenza newyorkese sale sul palco, con loro la loro musica, un difficilmente definibile cocktail di nu-wave, no-wave, lisergie post-Velvet Underground, romanticismi cerebrotici ben nutriti negli anni nella scena indie-dark ‘east-coast’ da Lydia Lunch o Mors Syphilitica, un crogiuolo ammaliante cresciuto tra critiche benevole o diffidenti giudizi, un altro act mai indifferente al pubblico.
Tanta energia: Jamie Stewart è leader di una formazione in cui condividere la front-line con Devin Hoff, poliedrico e camaleontico nell’uso di plettro e dita sul suo basso a sei corde, una delle poche certezze stabili in una line-up mutata più volte negli anni, strepitosa la performance di batteria quasi mai retrovia ma sempre avanguardia del suono, giocandosi carte velocissime su piatti come su gong ed altre appendici profondamente in grado di dare varietà alle potenziali, la parte di synth e samples curata dalla giovanissima, concentratissima Bettina Escuariza, dovrebbe essere questo il nome.
Come accade spesso Xiu Xiu è un laboratorio in cui non sempre è facile con sicurezza fornire nomi ed informazioni, sicuramente la voce e la chitarra del leader e la bass-line dominano il concept, catturano l’attenzione, una grande energia espressa, un pathos travolgente portato fino al confine del drammatico, taumaturgica volontà di esistere on-stage come voce che canta e trasmette le sfumature del testo.
Soddisfatti i fans accorsi, una platea non troppo folta, circa un centinaio di partecipanti, ma testimone nella parte di tour, davvero molto lungo, che tocca il nostro Paese con due date, oltre Bologna anche Milano; soddisfatti per la carica intensa espressa, anche nei brani meno attesi non è mai calata l’energia sullo stage da parte della coppia alle sei corde, anche di basso, protagonista nella cover dei Joy Division “Ceremony”, non così disperato come nelle dita di Hook ma carico di vibrazioni.
Tra i brani proposti dal nuovo album, “Always”, ha raccolto consenso “Beauty Town”, un inno a tutte le città del mondo se sapete cogliere la bellezza in ognuna, “Joey’s Song” dai mille cambi di ritmo, scritta quasi apposta per le sei corde ma di basso mentre la chitarra discretamente segue il suo musico mentre canta ispirato e sofferente.
Applaudita anche l’opener d’album “Hi”, meno trascinante nel suo synth-soul originale, adattata al palco, un brano che anche live-oriented non delude ed il pubblico di Xiu Xiu non è stato affatto deluso, una performance non troppo lunga e concentrata nel dare luce al neo-progetto da crescere.
E’ cambiato tanto l’assetto di questa inquieta band californiana: il suo leader rimane concentrato sulla sua creatura guardando un futuro che oggi ha tutta la carica del post-punk e la seduzione dell’indie, alla prossima, chissà con chi, noi sicuramente.
Nicola Tenani
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