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La Dea e la sua sacerdotessa, la danza, i musici: Vasanta Rasa, omaggio a Saraswati (Bologna, Centro Natura 28 – 01 – 2012)

 

Quante volte abbiamo lambito la cultura indiana tra le nostre pagine?

Tante perché la musica ‘alternativa’ nel riflusso generale del terzo millennio spesso richiede, pretende, nuova spiritualità, nuove frontiere per portare lo spirito oltre il materialismo della società contemporanea, del mainstream globalizzato e fagocitante.

Non ultima la compilation che trovate nella nostra sezione download, rivolta all’Associazione Namastè, al suo occuparsi di donne e bambini dal sud al nord indiano.

Troverete anche altre iniziative in altri Paesi bisognosi di pensieri ed energie ma nell’India vogliamo immergerci per una sera intera, ritemprando con la sua storia anche lo spirito, però dopo avere rifocillato il corpo presso il ristorante del Centro.

Cena dedicata alla serata: il banchetto vegetariano ci dispone ad incontrare Giuditta de Concini, danzatrice della serata ed il combo di musicisti Stefano Grazia (tabla) e Daniele Dubbini (Flauto bansuri).

Proprio Daniele ci trasporta sul soffio del vento del flauto, un gesto che le divinità più popolari della religione induista  compiono sovente nei momenti di festa, d’amore, nell’onorare una vittoria.

Un fatto importante: Krishna o Gane?a più volte sono scolpiti o raffigurati nell’atto di suonare il flauto, lo stesso vale per la danza, gli Dei indù sono d'esempio agli uomini che non devono celare o reprimere l’istinto alla danza, al suono, anzi, al contrario, diventa un momento votivo sentendosi così simbiosi con il trascendente e trascendendo proprio grazie all’arte, un link che incontrerete ovunque la religione non reprime la fisicità.

Posizione del loto per Daniele Dubbini e le labbra con amore soffiano, dal legno esce gentile la melodia, un alap per solo bansuri, la splendida stanza del camino si riempie di note che unite all’odore dell’incenso, ai fumi delle candele, avviano con gentilezza la serata, la lunga serata in onore alla Dea.


Entra la Sacerdotessa ed inizia la sua danza: Giuditta tramite il bharata natyam, danza sacra da secoli praticata nelle regioni del Sud tra Kerala e Tamil, dedica il suo corpo alla massima divinità danzante, Shiva Nataraja, ora Dio d’amore, di genesi ed ispirazione per il Cosmo, per le sacerdotesse.

Dedicare il corpo è fondamentale: se la danza si limitasse alla coreografia non sarebbe credibile come invece, grazie a mani, occhi, braccia, dita, piedi, busto, la danzatrice riesce a comunicare, arcaica e per questo in profondità, parecchi strati sotto la pelle verso la memoria ancestrale cellulare.

Occhi e mani: la danza di Giuditta cresce nel racconto della sua storia, danza raccontando le gesta delle divinità “…Lui, il sommo, il puro… Shiva Nataraja, Dio della danza…”.

Ogni movimento, ogni coreografia è codificata: l’India non appartiene al grande calderone delle culture etniche istintive, non c’è improvvisazione, ogni gesto, ogni suono deve compiersi con ritualità, anche i sorrisi di Giuditta, gli sguardi tremendi o dolcissimi appartengono alla coreografia ed apparterranno sempre ad essa.


Entra il terzo protagonista: Stefano alle tabla chiude il cerchio ideale di questa serata, lo sarebbe anche in India.

A dire il vero ci vorrebbe il sitar ma anche così il piatto è ricco e Stefano si unisce al flauto per eseguire un lungo, ipnotico relax strumentale, un r?ga crepuscolare che ‘aspira’ dalla Natura stessa la sua delicata essenza, invitando di nuovo la danzatrice ad esibirsi ora dedicando alla Dea Rajarajeshwari la sua coreografia, accentuando ancora di più la mimica facciale per un racconto danzato ricco di drammaturgia per una divinità autorevole, d’effetto anche il canto registrato.

Ancora tabla ora solitarie: Stefano approfitta del suo momento per illustrare la complessa serie di regole che determina la musica classica indiana, dissimile tra Stati, città, regioni, per questo motivo la performance del combo (proviene dal Nord) non può amalgamare con il baratha natyam tipico del Sud e strutturato su livelli anche metrici distanti, ma la magia della serata…

L’alternanza prosegue: i momenti strumentali lasciano posto alla danza, la serata trascorre con grande coinvolgimento spirituale del pubblico fino alla fusione finale, praticamente improvvisata, tra Giuditta e la coppia di strumentisti che cercano la difficile amalgama, l’estrema tessitura tra poli geografici e culturali antipodali nonostante la matrice religiosa comune, una danza senza trama se non la voglia di incontrarsi, di cercare con intelligenza l’unione, la voglia di essere insieme protagonisti di una live-session applaudita con sincero trasporto, il pubblico non era sprovveduto ma attento ad ogni passaggio e pronto a sottolineare con calore le singole esibizioni.


Perché raccontarvi di questa serata apparentemente così lontana dalle ‘frequentazioni’ live di tanti di voi?
Perché non di rado vi raccontiamo suoni che nascono nel Mondo e crescono figli di esso, l’India è una madre che ammiriamo spesso, lodiamo la sua spiritualità arcaica e sempre attuale, la sua complessa, disciplinata arte senza la pretesa di capirla veramente, lasciandoci andare come questa sera, sul soffio d’aria del bansuri, travolti dalle percussioni del tabla, nei movimenti del corpo di una danza mistica e drammaturgica.

Come sempre vi aspettiamo ancora nel futuro con il saluto che dal Tamil all’Himalaya si suole recitare:
Namastè!

 

di Nicola Tenani

Foto di Valentina Bonisoli

 

http://www.associazionemudra.it/

http://www.centronatura.it/benessere-naturale/

http://www.artemusa.it/