Minimali, cerebrotici, tra nuvole di dance intelligente, Tarwater live in Bologna (Locomotiv, 29-10-2011)

Mancano due giorni ad Halloween, Bologna brulica di inviti e di feste di tema orrori fico o finto-gotico, l’ennesimo segnale che tutto è mercato, tutto è prodotto da piazzare, da svendere perché il valore è sempre basso, tutto, anche ciò che per alcuni è spirituale, è party.
Sarà così anche Natale, il commercio vende ogni cosa, oramai niente ha valore se non economico, eppure Halloween è Samhain, una notte non solo magica ma anche di grande intimità, meglio isolarsi e rifiutare di divenire logica di vendita, l’ennesimo scontrino fiscale senza anima.
Con questo spirito io e Valentina, in una serata affatto fredda considerando le foglie colorate e vestite pienamente d’autunno oramai da qualche giorno, torniamo al Locomotiv per incontrare i due ragazzi tedeschi nel loro show bolognese.
Bernd Jestram e Ronald Lippok, i Tarwater appartengono all’Ostalgia anche sonora nel porgere elettronica campionata non solo fredda come l’est ideologico cui appartenevano, nemmeno unicamente geometrica: nell’elettronica dei Tarwater si insidia la larva storica, bellissima perché carica di tutto il nichilismo che il moog non potrà mai creare, del post-punk cinico, il basso supporter della componente elettronica non è solo una spalla è un eroe indomabile che segna la musica come uno scalpello può segnare il marmo nelle mani di uno scultore, da un’anima all’atmosfera.
Troppo facile etichettare la musica dei Tarwater come indietronic; sì a tratti lo è, in qualche brano, complici suoni piccoli e minimali, campionature insolenti come un gruppo di bambini che, anarchici, corrono in un prato con insolente ed istintivo senso della geometria dello spazio, della coreografia istintiva, insita.
In quei contesti Tarwater è un combo indie, e …tronic ma non sempre il loro show, la loro discografia è così racchiusa tra mura “materne” (Morr è una label molto madre nel cullare i propri talenti) e Jestram e Lippok ora sono slegati da ogni casato quindi difficilmente si può rinchiudere la loro musica, schizoide, acidofila, a volte invece architettonica, estetica e rigorosa come un edificio di specchi berlinese.
Ma di quella Berlino oggi moderna nel post-moderno, in loro portano la parte Ost del vecchio vintage edile post-ideologico, rigoroso, la periferia che è suburbia nell’anima, è isolamento di quartiere, è Pankow che si slega dalle strade trafficate per chiudersi nel retro di un magazzino ad inventarsi un contesto punk o wave quando tutto lo impediva e questa rabbia, questo ardire non si cancella con samples e sequenze.
Allora le schizofrenie si rivelano figlie di Minimal Compact o Cabaret Voltaire, le dolcezze all’estremo, dalla parte opposta di tutto ciò che prima era certezza, divengono ballata polverosa ed underground, si vede Wenders, si sente King Ink Cave, si avverte Blixa e Mona Mur, risorge Berlino su tutto senza schemi se non la propria poliedria insita, l’essere cuore anche sanguinante dell’Europa.
Non vale questo discorso per l’estetica indietronic che si slega da tutto ciò che è emozione per divenire dipinto sonoro e ragione, nei Tarwater c’è anche una parte epidermica, un’essenza che si legge tra le espressioni dei volti intelligenti ed alieni dei due musicisti.
E’ molto importante avere un quadro culturale della musica per goderne meglio anche gli estremi conciliati: “Ford” o “Radio War” sono sequenza minimale, note/pixel che colorano l’aria con il suono, dipingono la sala del Locomotiv con logiche di software domati; “Babylonian Tower”, si nasconde in un sogno ad occhi aperti, crepuscolare e fumoso.
Ottimo ritmo in “Photographed”, gestito su midtempi inchinati alle energie orientali qui generate da artificiali soli freddi voluti per creare un mood di meditazione non trascendente ma platonica, filosofica più che religiosa però con quelle speziature indiane tra spiagge digitali di GOA e templi vuoti del Kerala, un volere essere sempre e comunque europei anche nel contesto spirituale più estremo.
Molto bella anche “Do the Oz”, ancora una volta dal nuovo album “Inside The Ship” licenziato sotto il prolifico marchio di Bureau B nel 2011 combattiva su molti fronti dell’elettronica tra Qluster, Roedelius, You, giusto per affiancare ai nostri altri nomi di una fazione” sonora dal grande fascino.
Era una scommessa difficile i Tarwater: non sono i Lali Puna e nemmeno gli Einsturzende Neubauten, sono un duo tedesco che si pone in una zona intermedia a diverse espressioni di una zona precisa di Germania in grado di essere cultura anche quando clubber, soprattutto quando clubber.
Non si è visto il pubblico delle grandi occasioni ma chi c’era può ben dire di essersi sentito in un piccolo punto d’Europa, ma Europa; ci riesce la cultura e solo quello nel momento in cui l’euro è solo un dischetto di due colori e non ha unificato nemmeno una piccola parte il Vecchio Continente come da sempre, brillando e stupendo, riesce a fare la cultura, la musica.
Testi di Nicola Tenani
Foto di Valentina Bonisoli
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