FRÄKMÜNDT - “Heiwehland”

FRÄKMÜNDT
“Heiwehland”
(Anno 2011 – Percht)
Austria
Ed ecco un'altra interessante produzione Percht, il secondo, riuscito album dei Fräkmündt. “Heiwehland” significa più o meno “Terra di Nostalgia”, e tutto il disco ruota intorno a questo concetto, emanando i suoi profumi, illuminando aree psichiche, sondando dimensioni arcane del ricordo.
I pezzi sono intensi, molto connotati, trasudano passione e segni del luogo d'origine, le aree alpine della Svizzera, rilette come un luogo mitico e un'età dell'essere, raggiungendo una tipicità particolare di folk ‘etnico’ e localistico, originario. Queste impressioni sono rese più palpabili tramite l'uso di chitarre, accordeon, flauti, strumenti tradizionali su cui canta e parla una voce maschile in contrasto con la voce femminile di Anneli. In due brani si fa notare anche il contributo di Chrigel Glanzmann (Eluveitie) e della cantante d'opera Christiane Boesiger, così come il nuovo chitarrista Guschti.
Il disco è inaugurato dalla breve ed enigmatica “Bärgfrede”, un pezzo colmo di suoni ma senza melodia vera e propria, con campanelli, echi lontani che sanno di un mondo bucolico, fatto di montagna, campagna, pastorizia, di vita in comunione con la mistica della natura.
Segue a contrasto l'armoniosa e ottimamente strutturata “Chomm Domini, S'Esch Zyt!”, intrisa di un folk cadenzato, quasi ballabile ma ipnotico: vibrare di corde, ottima voce maschile, controcanto femminile, melodia sinuosa e oscura, forse il pezzo più attrattivo del disco, con la sua strumentazione perfetta e levigata.
Questa è la musica contemporanea e insieme antichissima del cuore delle Alpi Svizzere, pagana e sacra insieme, composta di ricercatezze strumentali, che prende vita anche grazie alla scelta formale del dialetto svizzero-tedesco. Tra eventi storici, una mitologia personale, creature spaventose, vicende della Terra Madre, trascorriamo a “Hüfifirn”, rapido folk rock con venature indie ricolmo di nostalgia e pathos lirico, per la bella voce di Anneli, altra perla del lavoro.
Sospesa, tra corde pizzicate in solitudine, è la pensierosa “Die Arme Seele Em Ys”, che cede il passo all'inno corale “Ha An Em Ort Es Blüemli Gseh”, il canto delle piccole cose, l'armonia della semplicità quotidiana che rifugge da ogni forma di pretesa “modernità” e lontana dall'alienazione del quotidiano della vita odierna. “Dehei” è un veloce folk rock più freddo, con venature quasi pop tra chitarre vitalistiche e flauto. “D'Chueh Metem Holderechnoche” è un pezzo spoken word con un sottofondo governato dal basso e da vari suoni concreti, ma la melodia ritorna avvolgente e con tratti tra folk ed epica nell'evocativa e cadenzata “Suworow”.
Se “Härz Mys Härz” è realizzato con massimo rispetto alla tradizione del folk locale, “D'Draachejongfer” è un pezzo ancora folk, dalle sorprese ritmiche, ironiche e gioiose, con la bella voce femminile giocosa ed ironica.
Ripiombiamo nel mistero con “Bockitobel”, spoken word recitato e inquietante su una base tra dark ambient e suoni di tempesta alpina.
“S'Toggeli” riprende il discorso avviato nei primi tre pezzi del disco, tra splendide chitarre, flauto e un ritmo irregolare: pezzo di malinconia, ben costruito, che sconfina nel dark rock e nel neofolk alla ricerca dell'ispirazione più originaria. Questo clima è sviluppato ancora di più nell'avvincente ballata “Tanzlaubehond”, ruvida e irridente. Ancora “Aues Esch Anderscht” percorre territori di poesia, voce calda e recitata, flauto, chitarra ipnotica, per un altro dei pezzi più lirici dell'album.
La title track, collocata verso la fine del disco, è invece un pezzo tranquillo, ironico, dalla struttura che non desidera discostarsi dallo statuto tradizionale del folk locale.
Chiude il disco la scattante “Senged, Suufed, Tanzed Wöud!” ballata dal sapore localistico, che definire scoppiettante è dire poco.
Abbiamo ascoltato Chregu, alla chitarra, basso, arpa, armonica, percussioni, Res alla voce, arpa, armonica, percussioni, Anneli alla voce, flauto, basso, e al suono particolarissimo della ghironda,
e ancora Käthi alla fisarmonica.
Un disco identitario, che non si vergogna di illustrare, mostrare, far respirare le proprie radici.
Da notare ancora la cura con cui sono realizzate queste produzioni: ricercatissimi i 6 pannelli del digipack, con un booklet di 20 pagine illustrate da foto delle Alpi, e i testi in dialetto originale con la traduzione in inglese.
Disponibile sia la versione standard, così come in 150 copie la versione box con cd da 3” e vari extras.
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