SCOFFERLANE - “Veto”

SCOFFERLANE
“Veto”
(Anno 2012 – Af Music)
Federazione Russa
Nel momento in cui il punk cessò di essere nichilismo e distruzione iniziò l’epopea del post, bene o male ancora attuale per certi aspetti.
Iniziò lo studio del look, della ‘gestione’ del capello, della presenza scenica, fu la partenza di un fenomeno sia fashion che culturale; Londra ovviamente era la madre ed i suoi figli andavano a scuola in un posto chiuso ma ancora aperto dalla leggenda, il Batcave.
Oggi è l’est a nutrirsi dei figli di quell’epopea: Alien Sex Fiend, Bauhaus, Specimen, Skeletal Family, nomi che a colpi di plettro hanno costruito il goth attuale, una derivazione intelligente di un punk morente nel suo stesso vomito ma non inutile, quello no.
Gli Scofferlane crescono nella Mosca oggi fashion: non abbiamo notizie nel dettaglio ma l’idea che club dedicati alla new-underground siano fermento bollente non è trascurabile, oramai le cattedrali del dark occidentali sono rimaste poche e sparse in un’Europa in debito d’ossigeno, per questo motivo “Veto” è un album che merita stima, unita ad una buona manciata di canzoni davvero interessanti.
La base è la psichedelia miscelata al punk meno abrasivo: “What Do You Propose” è felina e sensuale, Siouxsie di “Through The Looking Glass” ha ispezionato quelle lande sixties, i Doors più oscuri meritano crediti anche nella wave più scura, merito di piccole plettrate erotiche di chitarra e di una voce da rettiloide umano, tentazione corporea ed alcolica, jazzata e notturna in “Rubber Arms”, carezze vocali e charleston da maledizione clubber…
In altri punti s’incontra invece l’anima direttamente linkata agli eighties del Batcave: tra post-punk e gothabilly “I Awoke”, blues che chiama in campo la Berlino di Nick Cave “Veto”, proprio la title-track rallenta e la chitarra gioca a sedurre insieme alla voce, una sfida a chi la tentazione la conosce meglio, scoprite il vincitore.
A volte si captano sofferenze: il finale è ancora una volta blues, bianco e maledetto come anche John Lurie ha scritto in bellissime pagine di musica americana, questa è “La Nuit”, titolo appropriato.
“Single finger”, un capitolo a parte; basso e voce si staccano dal tessuto sonoro e vivono follemente come faceva Michael Allen nei Wolfgang Press, un sogno (un incubo?) lisergico ad alto contenuto psicodrammatico, la punta dell’album.
“Veto” è un buon disco, non sono tutte rose e fiori (le ultime tracce si trascinano un po’ in una sorta di pseudo-country) ma la voce di Matt ed i cinque musicisti che lo accompagnano hanno le carte in regola per centrare in futuro un album ad alto livello, già qui si scorgono grandi idee.
Nicola Tenani
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